Asa Carlstrom

Asa Carlstrom conteneva quasi per intero il mio nome nel suo cognome.
Non ricordo la nazionalità, forse norvegese, sicuramente del nord.
Ora, avanti negli anni, sospetto che fosse delle Svallbard.
Si corrispondeva in inglese. Gli argomenti erano banali e spesso evanescenti. Ad ogni rilettura perdevano materialità e l’inchiostro si faceva sempre più sbiadito. Asa Carlstrom mi dava notizie inutili; scriveva sempre di gamberi e burro: “Oggi burro e gamberi, domani gamberi e burro, dopodomani burro e gamberi…”. Si; era delle Svallbard, non c’è dubbio.
Asa proseguì a lungo coi resoconti intorno al nulla. Non un accenno alla quotidianità delle sue gelide terre, salvo parlare del suo percorso di studi, che appariva come solo un passatempo in attesa d’una precoce e feroce riproduzione. Col tempo mi feci scaltro e scrissi lettere clandestine, delle quali non parlai a scuola. Così facendo aggirai la censura dell’insegnante di lingue e diventai sempre più audace. In una lettera domandai timidamente se per caso Asa nutrisse passione per i fuochi fatui o per qualsiasi immagine crepuscolare e gotica, le chiesi di elencarmi i nomi delle Divinità nordiche, di raccontarmi i miti degli Dei (biondi e brutali) storditi dall’amanita muscaria, finché, incalzato dai compagni di classe, le domandai una foto.
Asa non me la inviò; se non erro mi rispose “later…”. Attesi questo “later” per alcuni anni prima di scriverle nuovamente.
Non scrissi più e così fecero anche i miei compagni coi loro corrispondenti esteri; l’esperimento fallì e l’insegnante con meschina eleganza lasciò cadere la cosa.
Dopo 7 anni ritrovai Asa che mi attendeva a casa, in compagnia dei suoi genitori; erano le 11.00 di un martedì. Era di passaggio durante un viaggio in Italia. Aveva conservato il mio indirizzo. I genitori andarono a fare una passeggiata sul lago e Asa rimase a pranzo.
Asa Carlstrom era orrenda. Molto grassa con la pelle diafana (il sangue untuoso e torbido si vedeva scorrere a fatica sotto la pelle), i capelli lunghi d’un biondo accennato erano raccolti in due grosse trecce attaccate al capo, tre dita sopra le orecchie: sembravano due code di vacca. Il mio nome era sempre contenuto quasi per intero nel suo cognome, addirittura lei poteva contenere tutto me stesso. Conosceva qualche vocabolo in italiano.
Intercalava nei discorsi delle risatine a bocca semichiusa, come mimando l’atto del succhiare da una cannuccia, facendo spuntare un cespuglio di rughette ai lati delle labbra. Quasi cinguettava quando rideva, appoggiando le braccia incrociate sui grossi seni e vibrando flaccidamente. Al termine della risata la vibrazione continuava qualche secondo per inerzia, generando un borbottio da fermentazione. Questo contrasto fra il suono e la sua sorgente mi lasciò esterrefatto.
Notai che Asa Carlstrom sudava come un maiale al sole. Mia madre quel giorno stava cucinando una lingua bollita – non attendeva ospiti – ma Asa si lamentò (cinguettando odiosamente) come se avesse riconosciuto nel piatto la parte di un suo parente stretto e mangiò solo verdura. Io rovistai nel frigorifero, ma non c’era traccia di gamberi e non pensai di servirle un bel panetto di burro freddo. Questo errore mi tormenta da allora.
Se ne andò presto, grazie Dio, verso le 18.00, e tornò per sempre nelle sue gelide terre. Quando uscì di casa i miei genitori si guardarono fissi negli occhi, poi si rivolsero a me: “Ma… Ma chi è?”…
Non avevano avuto il coraggio di domandarmelo in sua presenza. Io non ebbi il coraggio di rispondere, in sua assenza.