La solidità del topo

Tre topi, più uno.
Il primo è africano, infilzato malamente da una stecca di legno, sfrigola controvoglia sul fuoco per placare la fame di pochi disperati; poco prima non era certo infastidito dalla presenza del carnefice, le cui scorte alimentari (per misere che siano) ed i quali rifiuti sono delle autentiche ghiottonerie.
Il secondo è indiano. Appostato nella penombra, dietro una colonna, attende tre povere donne, molto lontane da noi e vestite di poco, che portano latte e cocco nel tempio di Karni Mata. Sfamano i sacri ratti.

Il terzo è un topo metropolitano, vive nella stazione di una grande città. Un debole sibilo accompagna una pioggerella mortale, che cola nel sacco dell’immondizia dove sta allegramente banchettando. Il veleno penetra all’interno attraverso i buchi che gli stessi topi hanno praticato.
Il quarto è bianco, è un messo della Dea Bendata. Anch’esso vive nel tempio di Karni Mata.
Le donne che portano ogni giorno latte e cocco si augurano d’incrociare il raro topo bianco, foriero di lieti eventi. In effetti negli anni, a turno, lo vedranno e l’incontro porterà realmente fortuna, ma di una qualità vaga e difficilmente identificabile; una delle donne concluderà che la buona sorte è sempre la stessa cornice, che può accogliere un solo telaio alla volta fra gli infiniti possibili.
Della morte del primo si rallegrano tutti nel villaggio, anche chi non ne ha goduto.
Della dipartita del secondo, nessuno se ne accorgerà.
La scomparsa del terzo verrà appresa con soddisfazione, poiché i topi sono animali sporchi e spargono malanni. Infatti la stazione in cui è nato è un rudere fatiscente. L’aspetto potrebbe essere gradevole in sé – i ruderi alitano storia a chi li interroga – ma non in questo caso, poiché è un rudere moderno e tristemente risalta solo il suo stato di pietoso abbandono.
Anzitutto è sporca; indolenti lavoranti saltuariamente ramazzano lo spazio piastrellato di fronte al primo binario, che immediatamente s’insozza. La sala d’aspetto è chiusa da tempo, come del resto i servizi igienici. Le stazioni sono luoghi in cui si consumano attese, ma spesso presentano con indifferenza cessi molto trasandati. La sala d’aspetto, quand’era utilizzabile, era però scialba. Non c’erano neppure riviste di tre, quattro anni prima; nessuna possibilità di distrazione.
In questa maledetta stazione, dicevo, i cessi soffrono d’un perpetuo guasto, nel senso che i lavori non iniziano mai e la minaccia di ristrutturazione aleggia come uno spettro, cosicché due coppie di topi molto cattolici un giorno si sono giustamente spartite i servizi ormai in disuso.
Poi, una notte, degli uomini in tute gialle impenetrabili, con mascherine protettive e sguardi vacui dietro a curiosi occhiali da aviatore, con bombole velenose sulle spalle, sono intervenuti ed hanno sterminato i topini.
La morte del topo bianco, invece, non è prevista dall’ordine naturale delle cose.
Questo gran brulicare di topi d’ogni foggia alimenta un coro mondiale rosicchiante; il brusio di topastri non è percepito in stazione, sovrastato dallo sferragliare dei treni e persino dalla preistorica littorina a gasolio. Tutti gli altri topi sparsi nel mondo, uniti nel grande coro universale dei roditori, non si curano minimamente delle stragi cittadine. Rapiti dalla foga rosicante sciolgono nel loro stesso mormorio anche il proprio squittire. Soltanto il colore verde acqua delle panche, nella sala d’attesa chiusa, si ravviva per un istante allo squittio agonizzante dell’ultimo topino, perché nessun culo mai soffocherà la placida traspirazione della vernice finché ci sarà una stazione da derattizzare.

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