Un saluto

 

Quando Alda Merini incontrò per la strada l’insondabile Cuccia, nella Milano del dopoguerra, gli disse: “Senta Dottore, ho fame!”.
Lui rispose laconico: “Buon segno”.
Circa 15-20 anni fa conobbi la Merini grazie ai mitici “100 pagine a mille lire”; questi libricini striminziti, per quanto criticati dai puristi della letteratura, ebbero il pregio di far conoscere grandi autori ad un prezzo stracciato. Erano semi, semi e nulla più. In quanto tali soggetti alla rigida legge della parabola del seminatore.
Quindi: allora Alda era già riconosciuta come una grande del ‘900, eppure alcuni personaggi del mio quotidiano, con una cultura letteraria più ampia della mia, ridevano della mia eccitazione per le sue poesie: “E’ il vostro solito autore alternativo?”. Erano così preoccupati di preservare l’ordine comune delle cose, da essere accecati. Eh! Si! Accecati, perché eravamo alle porte di Milano! A pochi chilometri dalla poetessa. Eravamo mi-la-ne-si!

Io rispondevo che Quasimodo, non certo autore alternativo, non aveva pensato come loro, grazie a Dio.
Questo disinteresse nei confronti della Merini mi è rimasto impresso, perché pochi a Milano, nella sua città dell’alfa e dell’omega, hanno mosso un dito per aiutarla a vivere con dignità. Ora, come sempre accade, tutti ne parlano come della “nostra Alda”.
Come tutti gli artisti veri, lei, all’indifferenza ha risposto con le parole, con gli atti. Questo insegna almeno due cose importanti (a mio modestissimo avviso): l’arte non si fa, ma si vive. Si è l’arte, non la si fa. O meglio il processo creativo non è a comando, è un gesto spontaneo, un bisogno agrodolce dell’artista e spesso – colgo l’occasione – l’artista non è un uomo migliore, dall’esistenza comoda in tinte oniriche.
La seconda cosa è che l’insensibilità e l’ignoranza degli uomini di ogni estrazione sociale è grande: la Merini ha sempre risposto al disinteresse con le parole, ma in queste parole c’è la sofferenza, che pochi hanno colto, o forse – ancor peggio – pochi in queste parole hanno intravisto un vissuto quotidiano, ma il “solito” esercizio estetico.
Beh, ciao Alda. Buon viaggio.
 

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